La mia maratona di Pechino

 

di Carmine Silvagni   

La maratona di Pechino è una straordinaria esperienza sportiva ma soprattutto
umana. Quando sono arrivato in questa città non immaginavo di trovare la metropoli
cosmopolita ed occidentale che, invece, si è rivelata.

I primi tre giorni di questa esprienza sono passati velocemente tra escursioni alle
maggiori attrazioni della città ma la mia testa era comunque lì, alla maratona.
Mentre il pulman ci portava in giro provavo a pensare a quelle strade invase da
migliaia di persone e non riuscivo ad immaginare quali potessero essere le
sensazioni che avrei provato.

Carmine Silvagni Carmine Silvagni


La sera prima della maratona, con la stessa rituale meticolosità, ho preparato
maglietta e calzoncini, sperando che questo cielo d’oriente mi potesse regalare una
meravigliosa soddisfazione.

La mattina dopo, dopo un sonno agitato ed emozionato, la scena più bella: piazza Tien
an men invasa da migliaia di tute colorate, gente di ogni posto che dava un aspetto
surreale alla severa immagine del mausoleo di Mao e del palazzo dell’Assemmblea
Popolare.

Mancava mezz’ora alla partenza e quel tempo sembrava non passare mai. Mi sentivo
carico ed emozionato, pronto a dare il meglio e lottare per la mia personalissima
sfida: abbattere il muro delle 3 ore!

Alla partenza ero a circa dieci metri dalla start line ma centinaia di atleti mi
costringevano ad improvvisarmi slalomista alla Alberto Tomba per riuscire a
liberarmi da una marea umana.

L’emozione alla partenza è stata talmente grande che non capivo se l’immagine di Mao
davanti ai miei occhi fosse realmente la sua effige sull’ingresso della città
proibita o una visione mistica.

Già dai primi minuti mi rendevo conto di aver preso un buon ritmo nel seguire il
pace-maker delle tre ore, convinto che quel palloncino rosso mi avrebbe consentito
di riuscire nella mia impresa. Ma con quel pallone se ne sarebbe volata via ogni mia
speranza.

Sono arrivato al decimo chilometro in 41 minuti, alla mezza in 1 ora e 27 e al 30° in 2 ore
e 05! Tutto lasciava pensare che io stessi riuscendo nella mia impresa ma il ghigno
della sorte era lì dietro l’angolo.

Ad un tratto, al 35° kilometro, nei pressi di un lago, vedo una sagoma arancione
lanciare petali e venirmi incontro: era il Dalai Lama che mi diceva: “rallenta
figliolo, fretta nemica di maratona”!! avrei dovuto immaginare che quella visione
fosse un segno celeste ed infatti sento prima una cacca sotto la scarpa sinistra e poi
un crampo al polpaccio destro! Lancio un urlo disperato per la sgommata sotto la
scarpa che mi distrugge psicologicamente. Mi siedo su un muro…. Quello stesso muro
che avrei voluto abbattere e che invece si infrangeva poderosamente sulle mie
gengive!

Dal 35° kilometro fino all’arrivo più che una maratone è stata una via crucis dove gli
spettatori sputavano e urlavano in mandarino “Silvà datte a je golf”!

Davanti a me c’era un traguardo amaro, dove gli over 75, arrivati da un pezzo, mi
guardavano con compassione mentre sprintavo con il pullman – scopa, urlando “FREE
TIBEEET”!

Una volta arrivato ho tentato di ignorare quel cronometro davanti a me dove
campeggiava quell’amaro 3.13.25!

A seguito di queste vicende, ma soprattutto dell’incessante soliloquio mistico
tra il 35° e il 42° kilometro, il governo cinese mi ha imposto la conversione al
buddismo e inibito di tornare in Cina fino a quando non avrò garantito un tempo
inferiore alle 3 ore oppure fino a quando non avrò cambiato sport.

    Carmine Silvagni, Pechino 16 ottobre 2011.

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