VISTE DA DIETRO 23a Maratona di Roma


(Data: 04-04-2017)

 

Roma 2 aprile 2017

La 23 Maratona di Roma è la maratona del mio Ventennale. Si, del mio Ventennale perché la prima che corsi nella mia città fu quella del 1997. Era il 16 marzo e partii per quella avventura senza alcuna preparazione, guidato dalla mia proverbiale incoscienza; incoscienza che mi ha sempre portato a gettare il cuore oltre l’ostacolo che mi si parava innanzi, per poi andare a riprendermelo. Ricordo ancora perfettamente il percorso, la fatica, la gioia del traguardo. 

In quel momento compresi completamente il senso di quello che ebbe a dire Emil Zàtopek, il più grande dei fondisti di tutti i tempi: “Chi corre la Maratona vive una nuova vita”, ed in questi 20 anni ho vissuto in giro per l’Italia ed a New York più volte una nuova vita.

A Roma saltai solo le edizioni del 2005, perché mio nipote alla vigilia della gara mi contagiò con una feroce forma di influenza, e quelle del 2007 e 2008, per un problema più grave dell’influenza, che offuscò quegli anni, ma che ebbi la fortuna di superare. Tutti gli altri anni sempre alla partenza e sempre all’arrivo; nell’edizione del 23 marzo 2003, segnai addirittura il mio record sulla distanza con 3h28’07”, e contavo già 57 primavere. Non male per un quasi vecchio.

Ed ora sono nuovamente sulla linea di partenza ed ancora una volta sento sulla pelle e nelle mie vene l’emozione di questa magia che si chiama Maratona, anzi Marathon, con il “th”, come la vollero scrivere i Greci, dopo che Filippide, l’Emerodromo (messaggero) ateniese, nell’agosto o settembre del 490 a.C., portò alla Pòlis la notizia della vittoria sui Persiani, per poi stramazzare al suolo fulminato dalla fatica. Per la precisione il povero Filippide non morì per quei 40 chilometri, distanza ridicola per un professionista quale lui era, ma perché nei giorni immediatamente precedenti era corso a Sparta, andata e ritorno, per chiedere l’aiuto di quella città contro il pericolo persiano, poi si era unito ai suoi colleghi ateniesi che si stavano spostando a Maratona, aveva combattuto, ed in fine era corso ad Atene per annunciare la vittoria. Quindi aveva corso molto più di una maratona.

Ecco, dietro ad una maratona c’è tutto questo, anzi, a pensarci meglio, c’è molto di più, secondo quanto riportato da uno studio apparso anni addietro sulla rivista britannica “Nature”, il periodico più antico e prestigioso che viene pubblicato nell’ambito della comunità scientifica mondiale. Questo approfondito studio, che ho avuto la possibilità di leggere, attribuisce ai primi “ominidi” l’abitudine di correre per non meno di 40 km anche ogni giorno per cacciare le proprie prede e per controllare il loro territorio. Furono questi nostri antenati, i precursori di quanti ora sono intorno a me su Via dei Fori Imperiali in attesa della partenza.

Lo sport podistico in questi ultimi anni ha inventato gare più lunghe, molto più lunghe, della maratona, ma il fascino della 42 chilometri e 195 metri rimane immutato. A proposito, ma lo sapete perché la maratona conta questa distanza? Lo racconto a quei cinque di voi che non lo ricordano.
La prima maratona olimpica fu quella dell’edizione del 1896, quella della prima edizione delle Olimpiadi moderne volute dal barone Pierre De Coubertin, e si corse, per ricordare Filippide, da Maratona sino ad Atene, nello stadio Panathinaiko, per un totale di 40 chilometri. Poi nel 1908, alle Olimpiadi di Londra, edizione storica che vide la vicenda dolorosa di Dorando Pietri, gli inglesi, noti per la loro mania di segnare dei record o affermare tradizioni, stabilirono che per quella volta la gara dovesse prendere il via da un punto in prossimità del castello di Windsor, residenza della Famiglia Reale, per consentire ai figli del Principe di Galles di assistere alla partenza. Da quel punto sino a Londra, la distanza da coprire era di 26 miglia e 385 iarde, che in metri risultano pari 42,195 chilometri. Da quel momento, salvo alcune eccezioni, quella è diventata la distanza canonica della gara. Ecco, solo questo a noi emerodromi moderni viene richiesto oggi a Roma.
Ma ora torniamo alla gara.

vero maraton

Il tempo meteorologico non promette nulla di buono, le previsioni dei giorni precedenti sembrano confermate da quei nuvoloni che da ovest si stanno spostando sul cielo di Roma, ma io, imperdonabile ottimista opto per una tenuta minimalista: canotta di Plus Ultra, un paio di braghette in tinta e mi concedo un porta borraccia, così, tanto per esagerare, ed entro nella mia griglia che poi scopro essere quella più avanti di tutte. Non riesco a capire la scelta degli organizzatori che hanno mischiato i brocchi come me con dei quasi top runner. A conferma di questo strano assemblaggio, incontro subito il compagno di squadra Dino Di Stefano, che chiuderà con un tempo per me stratosferico di 3h04’24, e ciò mi provoca non poco di imbarazzo, che scomparirà quando poco dopo verrò risucchiato dai concorrenti delle griglie seguenti che ci mettono un soffio a raggiungermi. Prima, comunque, ho l’opportunità e la fortuna di salutare tra il pubblico la carissima Roberta Bertone, che spero tanto mi abbia ritratto con quella sua immancabile fotocamera. Ma se lei non lo ha fatto, provvederà poco dopo l’altro carissimo amico Cherubino Fosca che mi saluta e mi fotografa un po’ più avanti.

 

Certo, quindi, di avere le foto da disseminare su Facebook, imbocco Viale Aventino ed in barba a tutto il mio ottimismo comincia a piovere, ma non mi preoccupo più di tanto e mi dico “Sarà il solito sgrullone romano che durerà giusto il tempo per rinfrescarci un poco”. Mai previsione fu più errata: la pioggia ci accompagnerà sino al traguardo, salvo qualche breve pausa, ma io non mi preoccupo più di tanto, fedele al motto che ho fatto mio “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”.

Mi costringo ad andare più piano di quanto le mie gambe mi propongono in vena di esagerazioni e che ricordano l’ultima Roma Ostia.
In prossimità di Ponte Marconi, mi supera di slancio e mi saluta la cara Elvezia Colangelo della Podistica Luco dei Marsi, poco più avanti mi si affiancano chiamandomi a gran voce con uno squillante “Generale, Generale” Maria Loreta e Gennaro che vanno di gran carriera, anche se Genny vorrebbe accelerare ancora di più. Quel Generale urlato a gran voce desta la curiosità di quanti mi corrono a fianco e che avranno pensato: “Che inconsueto soprannome !?!?”

Il percorso continua a snodarsi sotto le mie scarpe che ora sono zuppe d’acqua da quando ho deciso di non scansare le pozzanghere divenute sempre più larghe e profonde, mi sembra di essere tornato bambino, quando i miei genitori mi comprarono i primi stivali di gomma ed io mi divertivo da matti a passare nell’acqua; arrivato a casa provvederò a riempire le mie scarpe di carta, nella speranza di farle asciugare in fretta.
Sarà il tempo cattivo ed il freddo nelle ossa che comincio ad avvertire, ma ora non mi diverto più e spero che i chilometri passino in fretta per arrivare a casa e cacciarmi sotto la doccia a 1000°. Ho anche il tempo di maledire questi maledetti cubetti di porfido, per i romani “sanpietrini”, che in sistema con un miliardo di buche e di toppe per coprire altre buche, rendono l’appoggio incerto, doloroso e snervante. Un innalzamento dell’attenzione e dell’interesse si verifica in corrispondenza del passaggio per Piazza San Pietro, ma diamine con quello di oggi è il diciottesimo passaggio di corsa, cominciano ad essere troppi per entusiasmarmi, anche se convengo che per gli altri concorrenti, in specie quelli stranieri, è questo il passaggio topico della gara; voglio sperare che questo tratto suggestivo come pochi vada a mitigare, nei loro giudizi, l’abbandono in cui giace ed appare questa città.
Superato il Villaggio Olimpico, il quartiere dove ne 1960 abitarono gli atleti che presero parte alla XVII Olimpiade, si torna sul Lungotevere e sono in vista del 33° chilometro quando, mentre chiamo mia moglie Antonietta che mi aspetta al traguardo per dirle che ne avrò ancora per un’altra oretta buona, vengo nuovamente raggiunto dal grido di rito “Generale, Generale”, sono Barbara Liberati, e Francesco Monacelli, altri carissimi compagni di Plus Ultra, e Marika Melchiorre della Tocco Runner che mi affiancano e per un breve tratto ci accompagniamo scambiandoci informazioni circa i nostri reciproci malanni.

I chilometri si susseguono per me con una certa lentezza, ma l’arrivo comincia a prefigurarsi: Piazza Navona, Piazza Argentina, Piazza Venezia e poi Corso Umberto, Piazza del Popolo, Piazza di Spagna ed, in fine, il Traforo che collega Via del Tritone con Via Nazionale; è quasi fatta. 
Esco dal Traforo ed ho le gambe come due pezzi di legno, non riesco ad articolarle al ginocchio, probabilmente a chi mi vede correre in quel modo debbo sembrare il burattino Pinocchio; l’ultimo acquazzone che si è scatenato da quando sono entrato in via del Corso ed il freddo incontrato in Piazza del Popolo hanno completato l’opera di frantumazione della mia resistenza fisica, ma non smetterò di correre, anche così disarticolato, fino al traguardo.
E poi, la medaglia, appesa al collo da un ragazzo sicuramente provato dalla pioggia e quindi così distratto che non riesce a compiere il suo compito; il tanto agognato telo protettivo che finalmente mi protegge in qualche modo dalla pioggia e dal freddo; l’incontro con mia moglie che non mi fa mancare, nemmeno questa volta, il cazziatone di rito per questa mia ennesima dimostrazione di immaturità; mia figlia Cecilia, che sicuramente più pietosa, provvede a rivestirmi con dei panni asciutti e caldi.

E’ finita cosi la mia ennesima Maratona di Roma. “E l’anno prossimo cosa farò?”, mi chiedo. Ho trecentosessantacinque giorni per pensarci.

 

ver

di Vero Fazio

Poesia di Augusto Onelli
Poesia di Augusto
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