VISTE DA DIETRO 6° Winter Trail di Monte Labbrone


(Data: 14-02-2017)

 

Più volte e da più parti, nel passato più o meno prossimo, mi erano giunte sollecitazioni per riprendere questa rubrica con cui alcuni anni fa ero solito commentare, seppure in modo anticonvenzionale, le competizioni cui prendevo parte; rubrica che ad un certo punto avevo interrotto per timore di essere diventato noioso e ripetitivo.Il più sollecito nell’inviarmi segnali circa l’opportunità di riprendere le mie “fatiche” pseudo letterarie e giornalistiche del lunedì era stato, e non poteva essere altrimenti vista la sua carica istituzionale, il nostro Presidente, Alvise Di Salvatore, ma io per i suddetti motivi avevo continuato a fare “orecchie da mercante” (si dice così, ma non sono certo di saperne cogliere il significato originale), poi sollecitazioni mi erano giunte anche da altri podisti di Plus Ultra e più recentemente dal nuovo Vicepresidente Cherubino Fosca, che, auspicando la rivitalizzazione del sito internet della Società, riteneva la mia rubrica un utile mezzo per tale fine.Eccomi, pertanto, nuovamente, oggi lunedì, alla tastiera del mio PC per raccontare la gara di ieri, che il caso ha voluto fosse il Winter Trail di Monte Labbrone di Trasacco, organizzato proprio dalla mia Società; quindi praticamente una gara da disputare a “casa mia” e tra la “mia famiglia”.L’occasione per questo nuovo inizio, lo capite bene, non poteva essere più ghiotta.Alla vigilia dell’impegno podistico ero preoccupato, una leggera forma influenzale mi aveva accompagnato per quasi tutta la settimana e, prudentemente avevo evitato di allenarmi; in definitiva avrei certamente partecipato, ma con nelle gambe solo i 10 km della Corsa di Miguel disputata a Roma la domenica precedente. Non era molto ed in più le gambe molli e doloranti non erano un buon viatico per un percorso, che si preannunciava assai difficile, quasi tutto nuovo e ben più duro di quello delle precedenti edizioni. A preoccuparmi era quella notazione, apparsa su una delle locandine pubblicitarie, che scritta con caratteri più piccoli sottotitolava con l’espressione sibillina “Drittoperdritto”, il cui significato, a chi è solito andare su per i monti, non lasciava dubbi.Partenza alle 7.00 del mattino da Roma, perché esigenze particolari avevano consigliato a mia moglie ed a me, per questo week end, di non andare ad Ortona dei Marsi.Quindi, dicevo, alle 7.00 partenza per Trasacco dove mai avrei potuto mancare, ma con alcune altre remore che mi turbavano non poco: le mie scarpe Cascadia A5 da trail erano ad Ortona, così come la maglietta sociale. Passi per le calzature, avrei corso con quelle da strada che non sono il massimo per arrampicarsi, ma la mancanza della maglietta con i colori sociali, mi tormentava da morire. Che figura! Proprio io recentemente eletto nel Collegio dei Probi Viri della Società! Non so se sono state sufficienti per il perdono eterno le mie lamentazioni e giustificazioni espresse al Presidente e ad Andrea Salvi, il nostro Sponsor.Ma veniamo alla narrazione della gara.Arrivato a Trasacco, cerco di schivare tutte le riprese fotografiche che potrebbero immortalare la diversità cromatica della mia canotta rispetto a quella dei miei compagni di squadra: ci riesco solo in parte perché non posso esimermi dall’apparire nelle foto di gruppo. Saluto con affetto e con non poca commozione alcuni ex compagni di squadra che hanno deciso di cambiare la loro appartenenza; li saluto con affetto, consapevole che si portano dietro una non piccola parte del mio cuore. Poi finalmente si parte e di colpo spariscono tutte le remore della vigilia: finalmente la parola è al cuore, ai polmoni ed alle gambe, che dopo i primi metri di asfalto e la prima salita, sembrano dimenticarsi di ogni dolore e doloretto.Si guadagna rapidamente quota e la cittadina comincia ad apparire sempre più in basso; per ora solo lunghi e facili tornanti sempre corribili (comincio a meravigliarmi della mia condizione che sembra buona) e c’è anche il fiato per scambiare battute con chi mi precede o mi segue; quindi, atteso, temuto e puntuale arriva il tratto “Drittoperdritto” che significa solo 350 metri, ma con pendenza media del 40%: valori da sfiancare uno sherpa tibetano, ma non un vecchietto arzillo di 70 anni, che proprio non ci pensa per niente a mollare ed a mettere le pantofole.Salgo dannatamente bene e senza fatica: sono sbalordito. Ho modo anche di guardarmi intorno e …. a sinistra la splendida Piana del Fucino con i suoi appezzamenti tagliati geometricamente, oggi tutti del colore marrone della terra messa a riposo; sullo sfondo, i monti sopra Celano, Paterno, Aielli, Collarmele innevati in maniera insolita con striature orizzontali bianche, compatte, che mi fanno pensare ad una mandria di zebre in fuga nella savana. Sopravanzo, con una punta di cinica soddisfazione, qualche giovanotto sfiancato che sta scoppiando per la fatica; le mie scarpe da strada con il grip inadeguato, nonostante tutto fanno bene il loro lavoro, tanto da non far rimpiangere quelle da trail lasciate ad Ortona. Poi finalmente la cima, su cui campeggia una grande croce che sembra voler abbracciare la Piana, è raggiunta e si può tirare il fiato. Il terreno ora è in leggera discesa, ma assai insidioso perché ricco di rocce affioranti, che potrebbero causare pericolose cadute; io, che di solito cado anche su tratti piatti come biliardi, scendo con estrema prudenza, lo scorso anni su questo stesso tratto, affrontato con giovanile baldanza ed imprudenza stavo per ammazzarmi. L’itinerario è perfettamente segnato con bandierine.Più avanti, dopo un bicchiere di thè ancora caldo offerto presso un punto di ristoro, entro in un’abetaia e riprendo a correre speditamente e piacevolmente su un sentiero ameno, in compagnia di Roberto Cambise della Podistica Luco dei Marsi e di una giovanissima atleta dello stesso gruppo di cui non ricordo il nome; parliamo della loro 21 km che si correrà il 25 aprile prossimo e di quanto io ami quella gara ed il suo percorso che porta i concorrenti, e me in particolare, a “perdersi” per l’amatissimo Fucino. Loro accelerano, anzi sono io che non riesco a mantenere la loro velocità e dopo un paio di chilometri, nonostante gli incoraggiamenti di Roberto, mi staccano e rimango solo. Dopo aver incrociato e salutato con affetto Sara Di Salvatore che si sta congelando nel punto più freddo del percorso, esco dal bosco e mi trovo ai piedi di un’altra salitaccia che non mi aspettavo e dalla difficoltà di poco inferiore a quella del “Drittoperdritto”; l’affronto con determinazione anche se con minore slancio della prima, ma so che questa è veramente l’ultima e che da qui in poi sarà tutta una dolce discesa sino al traguardo. Forte di questa convinzione che mi fa dimenticare la fatica accumulata e quel doloretto al ginocchio destro che accuso da qualche mese e che mi preoccupa non poco circa il mio futuro di podista instancabile, accelero decisamente, riesco a recuperare molte posizioni e passo il gonfiabile dell’arrivo in accelerazione. Si conclude così, splendidamente, un impegno che mi aveva non poco preoccupato per tutta la settimana; il fisico si è dimostrato ancora di un’accettabile efficienza e sono ottimista per il futuro.Una bicchiere e mezzo di birra, un panino con la porchetta e degli ottimi tramezzini offerti da Angela Ippoliti e serviti amorevolmente da mamma Anna Di Salvatore, suggellano una magnifica la gara. E poi via di corsa a Roma, perché c’è da accompagnare mio nipote alla partita di basket. Non c’è pace per i nonni!!! 

di Vero Fazio

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